L’India è sempre stata una destinazione che desideravo visitare; sono partita senza sapere bene cosa avrei trovato, senza cercare nulla di particolare, se non conoscere un nuovo paese ed una nuova cultura.

Delhi, Agra, Jaipur … un intrico di stradine strette piene degli odori di chi ci vive; piene dei colori di qualche aquilone incastrato tra le migliaia di fili elettrici che alla rinfusa avvolgono ogni casa; piene di uomini che sembrano avere 200 anni, di donne avvolte in sari multicolore. Se entri in un cortile puoi trovare una ragazza che stira mucchi di camicie con un vecchio ferro a brace, un uomo intento a pregare rivolto al muro e in quel muro c’è una grande crepa e, nella grande crepa, un piccolo tempietto con una minuscola statuina rossa che sorride beffarda. Le strade, le autostrade spesso hanno molte corsie, troppe corsie; sono costantemente intasate e stipate di essere umani e animali: non esiste destra o sinistra, non esiste precedenza, non ci sono regole. I semafori stanno lì a puro scopo decorativo: ci si butta semplicemente in strada, alla velocità massima possibile, ci si attacca al clacson e si prega; si prega di arrivare in tempo, di arrivare a destinazione, di arrivare tutti interi, a volte anche solo di arrivare E allora ti rendi conto che credere è qualcosa di diverso da quello che ti hanno sempre insegnato: è credere e basta, è non vedere e non sapere, lasciandosi semplicemente andare senza cercare di capire; in India credere è un’esplosione di colore. I giorni trascorrevano di città in città e, piano piano, l’India non la vedevo più con gli occhi: giorno dopo giorno mi entrava nella testa e nel cuore; la sentivo pulsare dentro di me. La povertà, i bambini che sgambettavano mezzi nudi sulle strade affollate, gli anziani, i mille rumori delle città e l’odore, a volte acre, che si respirava: tutto ciò in me e’ diventato quotidianità, confondendosi con i mille sorrisi della gente che chiedeva solo un saluto. Quei sorrisi ricambiati con infinito affetto e gioia sono attimi di vita che mai potrò dimenticare. E i loro occhi… I loro occhi hanno una luce più viva di quella dei nostri bambini, seduti sul divano a sgranocchiare merendine davanti ai videogiochi. In India la vita si fonde con la morte; diventa un tutt’uno e tutto fluisce in una strana pace, silenziosa. L’India per me è caos, rumore, odore d’incenso mischiato alla puzza delle strade, sari colorati, gelsomini tra i capelli. Tuk tuk invadenti, corvi gracchianti e scimmie dispettose, strade non asfaltate di paesini persi nel nulla e metropoli che cercano di occidentalizzarsi. L’India per me è un bambino ingenuo che guarda all’occidente come un fratello maggiore da imitare, facendolo a volte in modo piuttosto impacciato. Spazzatura e offerte devozionali, una terra di contrasti. La pace nel cuore. Lacrime di confusione. Il Paese delle Meraviglie. Centinaia di pagine non riuscirebbero a raccontare come ti si scioglierà il cuore nell’India dei bambini e dei sorrisi, dei colori e del cielo. Adesso che sono tornata, la gente mi incontra e mi chiede: “che ti e’ accaduto in India? ” Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la sia ama. E’ sporca, e’ povera, a volte ladra, corrotta e spesso maleodorante, eppure, una volta incontrata, non se ne può fare a meno: si soffre a starle lontani. Ma l’amore è così: istintivo, inspiegabile, disinteressato. In India si pensano altri pensieri…

 

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